Interrogandosi sulla possibilità di raccontare la propria esperienza in un universo nel quale si faceva sempre piú difficile distinguere la propria esperienza da quella di altri milioni di persone, ne Le mosche del capitale Paolo Volponi cede la parola agli oggetti, i quali, essendo oggetti che hanno accumulato valore d’uso, possono raccontare e scambiarsi le loro esperienze in modo assai piú originale degli uomini.
Le sperimentazioni letterarie dell’autore urbinate contengono non poche suggestioni e metafore in relazione all’evoluzione del made in Italy. Vi sono riferimenti alla supposta spinta omologatrice della globalizzazione (una volta si chiamava massificazione), che omogeneizzerebbe i saperi localizzati in un grande calderone mediatico globale; cosí come vi sono riferimenti tutti moderni all’intima connessione tra oggetto ed economia delle esperienze, cioè a quella forma dell’economia che vede incorporati nella forma e nella funzionalità degli oggetti significati, sentimenti e valori, profilati a partire dalle caratteristiche personali dell’utente/cliente. Un utente cliente che ha sviluppato crescenti e sempre piú complesse aspettative di consumo, tali da richiedere al sistema produttivo di organizzarsi secondo modalità altrettanto complesse. In questo senso parliamo, al di là dei riferimenti entomologici, di passaggio di un economia basata sulla catena del valore, in cui vi è una successione di stadi produttivi che aggiungono valore alla merce, alla ragnatela del valore, cioè di un economia che si muove secondo lo schema delle reti neurali. Non piú cioè semplicemente una catena, della quale sono chiari un inizio ed una fine, le premesse e i risultati, ma un circuito ben piú complesso, nel quale ciascuna fase puó rimandare a diverse altre, di cui rintracciare volta a volta gli intrecci con i relativi vantaggi.
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