A favore della globalizzazione

di Orietta Maria Varnelli AD Distillerie Varnelli e promotore Fondazione Symbola

Data : 23 - 24 luglio 2004
Fonte : Convegno La scommessa della qualità italiana Ravello Festival 2004

L’impresa di cui sono esponente fu fondata nel 1868 dal mio bisnonno Girolamo Varvelli e ancora oggi è un’impresa familiare guidata da nostra madre come Presidente e tre figlie. Si tratta di un’impresa indissolubilmente legata al territorio in cui operiamo, un territorio bellissimo ma considerato difficile, inospitale per chiunque voglia fare impresa, un territorio definito ancora oggi come “area depressa”, con difficoltà di infrastrutture a tutti i livelli, viarie e telematiche (non abbiamo nemmeno l’Adsl). Malgrado ciò non abbiamo mai pensato di trasferirci, anzi, abbiamo realizzato nel 1996 un nuovo stabilimento e, nel commissionarne il progetto all’architetto, abbiamo chiesto di immaginarlo perfettamente integrato con il contesto paesaggistico. Ci fa piacere che qualcuno talvolta ci dica “non vi abbiamo visti, siamo passati e non abbiamo capito quale fosse la vostra azienda”, perché significa che è soft l’impatto che l’azienda esercita sull’ambiente circostante. Il bordo superiore del nostro stabile, richiama addirittura la foratura che si ritrova in certi fienili della zona e, inoltre, non ci sono insegne.
Fatta questa premessa si può affrontare il tema della globalizzazione, un fenomeno che ho sempre considerato una fonte di straordinarie opportunità laddove, di norma, se ne parla come un fenomeno foriero di paure, timori, pericoli e si cerca di convincere al riguardo anche i giovani che rappresentano il futuro e dovrebbero dunque essere incoraggiati.
Fino a qualche decennio fa si immaginava il 2000 caratterizzato da territori lunari pervasi da tecnologia e cibernetica. Oggi in realtà siamo in un luogo tutt’altro che lunare, un luogo caratterizzato da una natura rigogliosa e splendente, a parlare di “sogno”, di qualità, di valori intangibili, di uomini con il loro vissuto, le loro ambizioni, la loro tradizione, la loro storia. Tutto questo è straordinario perché significa che al contrario delle previsioni, la globalizzazione e i nuovi i nuovi scenari competitivi stanno determinando l’affermazione di comportamenti che stanno smentendo l’ipotesi dell’affermazione di una omologazione globale, un modello che non era proprio della nostra cultura e prescindevano dalle nostre specificità, dai nostri valori. La globalizzazione ci impone in sostanza un nuovo modo di pensare l’impresa basato sul capitale intangibile. Paradossalmente, oggi, in un’interpretazione moderna del bilancio aziendale, il bene materiale, il cosiddetto “capannone” che da sempre è stato identificativo primario del fare impresa, potrebbe non essere più un valore positivo bensì un vincolo, poiché si chiede all’azienda massima flessibilità. Nel mare magnum della competizione globale, siamo ormai tutti consapevoli che non è più possibile competere ai livelli medio-bassi del mercato e che la sfida si può vincere solo perseguendo livelli di eccellenza: ecco dunque che gli asset intangibili svolgono un ruolo fondamentale, ecco che si parla dell’importanza del know how, dell’innovazione, ovvero di competenze e contenuti che determinano la qualità intrinseca dei servizi e prodotti forniti - ma anche di elementi distintivi come il brand evocativo di suggestioni positive, di etica, di territorio in cui l’impresa opera, inteso come efficace mix di cultura, storia, arte, tradizioni, destinato ad influire inevitabilmente sulla natura e sulla qualità dell’impresa stessa. La globalizzazione ed una serie di fenomeni, quali gli scandali avvenuti in America e purtroppo anche in Italia, fanno sì che il mercato sia finalmente attento a tali aspetti; il mercato si sta interrogando su ciò che c’è dietro, intorno e dopo i prodotti/servizi e quindi fa anche attenzione ai comportamenti morali, al contesto dei valori che circonda l’impresa. In questo senso credo che la globalizzazione stia svolgendo un ruolo educativo, formativo nei confronti del mondo imprenditoriale, credo che sia una grossa opportunità da cogliere e che l’Italia possa essere pronta con un grande potenziale da esprimere: a patto che sappia metterlo a frutto, a patto che giornate di riflessione collettiva come quella odierna si moltiplichino e ne scaturisca una forma di consapevolezza condivisa e diffusa. In questo contesto l’Italia è pronta perché gran parte dei suddetti asset intangibili li possediamo, in primis il territorio che dovrà essere sempre più protagonista nella comunicazione d’impresa: ogni borgo in Italia è fatto di storia, di arte, di cultura, di tradizioni ed è indubbio che ogni impresa sia espressione del territorio in cui opera, ne è inevitabilmente permeata e direttamente responsabile. E’ doveroso restare a presidiare, è doveroso attivare costantemente un virtuoso circuito tra tutti i protagonisti del territorio per supportare e valorizzare il territorio stesso. In questo senso credo che l’idea delle reti sia quanto mai pregevole, credo che molti imprenditori che da sempre perseguono l’obiettivo della qualità, siano pronti a condividere questa idea; al pari di quanto ci hanno dimostrato i rappresentanti delle “reti della qualità”. Certo non si può fare tutto da soli, probabilmente serve una regia. Serve una Grande Coalizione, un tavolo animato da reale spirito di collaborazione fra tutti i protagonisti, i players del territorio, perché non sia più ognun per sé ad operare con standard elevati, ma davvero tutti mettano a frutto ed a sistema le proprie peculiarità. Dobbiamo mettere a confronto le imprese, le banche, le autonomie funzionali, le Università, le Camere di Commercio, perché davvero si possa trovare una strada comune da percorrere insieme. Io credo che una regia serva ed è indubbio che la politica, intesa come vari livelli governativi, sarebbe naturalmente preposta a farsene carico; eppure, pochi minuti fa, lo stesso Ermete ha parlato del mondo politico, di una politica assente che, forse, al momento, sembra essere l’unico interlocutore inconsapevole di tutto ciò di cui stiamo parlando; da parte della politica manca ancora la necessaria sensibilità. Per realizzare un sistema efficace che davvero vinca la sfida che la globalizzazione ci impone, facendo leva sui valori di cui trattiamo in questi giorni, serve un coordinamento comune che tenga conto del rafforzamento delle varie specificità territoriali, in una visione condivisa, strategica; ma le dinamiche proprie della politica ostacolano spesso tale processo.
Il ruolo della politica da parte dei governi locali, regionali in primis, nonché di quello nazionale, credo debba consistere nell’interpretare la valorizzazione ed il sostegno delle varie specificità territoriali quale arricchimento complessivo di un intero sistema, prescindendo da esasperazioni in chiave folcloristica; deve essere chiaro a tutti che supportare qualsivoglia piccola realtà non può e non deve servire solo a garantire la sopravvivenza e la crescita economica dell’area ristretta ad essa collegata, sarebbe riduttivo: viceversa, il sostegno riservato a quei territori è destinato ad esprimere una valenza che si estende a vantaggio di tutta un’area più ampia e di quanti vi operano. Ad esempio, credo che sia interesse del collega Della Valle avere un territorio regionale complessivamente valorizzato e pregevole, perché gli amici, i colleghi, i buyers internazionali che arriveranno a Casette d’Ete potranno fare anche una passeggiata nel Parco Nazionale dei Monti Sibillini e porteranno via con loro un’ulteriore suggestione, un’emozione positiva che arricchirà sicuramente il loro ricordo, oltre alla percezione di altissima qualità del marchio Tod’s.
Non credo sussistano limiti strutturali che impediscono in molte regioni la necessaria coalizione, la rete; piuttosto, ritengo che sussista un banale problema di comunicazione, troppo spesso non si interagisce.
Vorrei concludere esortando a smettere di parlare di nicchie di mercato e di contenuti folcloristici legati alle tipicità. Smettiamola di interrogarci se “piccolo sia ancora bello o no”. Non credo siano dissertazioni utili giacché non ne ricaveremo risposte univoche e valide per qualsivoglia realtà produttiva o di servizio. Piuttosto, i tempi attuali e i nuovi scenari competitivi ci dimostrano che è preferibile parlare più in generale di “eccellenze” e l’eccellenza prescinde da parametri dimensionali fissi: è al contrario il livello di riferimento che si addice perfettamente al nostro meraviglioso Paese e l’obiettivo che ciascun operatore dovrà continuare a perseguire, coerentemente con il nuovo corso che oggi insieme stiamo promuovendo.
 

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